We use cookies - they help us provide you with a better online experience.
By using our website you accept that we may store and access cookies on your device.

Fenomenologia (alla buona) di Hattrick

Il manager di Hattrick. La mia personale esperienza: un modesto tentativo di autoanalisi personale e collettiva.

Ho scoperto Hattrick per caso, su un forum di Fantacalcio, mentre cercavo di carpire qualche dritta per rinforzare la squadra. C'era un utente che parlava di questo gioco manageriale, che a suo parere richiedeva molto tempo e competenza.

Scettico, mi sono registrato. Proviamo, mi sono detto. Ed è stato amore a prima vista. Da allora ho abbandonato il Fantacalcio ed ho cominciato ad affezionarmi ai giocatori vituali. Ho preso la licenza da manager (una specie di patente necessaria per giocare), rispondendo correttamente ai quiz, sono stato sollecito nell'organizzare le amichevoli, ansioso nel fare la formazione, trepidante nel controllare i risultati delle partite, sventato nel fare i primi acquisti, quasi tutti sbagliati, anche se qualcuno milita ancora in prima squadra, a riprova del fatto che ai propri errori ci si affeziona.

All'inizio ero convinto che l'allenamento fosse per tutti i giocatori indistintamente, poi che fosse proporzionale ai minuti giocati, per cui, se il giocatore scendeva in campo due volte la settimana, ne prendeva il doppio. Allenavo a caso, cambiando di continuo la skill allenata. E in questo non sono migliorato.

Hattrick mi assomiglia. Mi ci sento a mio agio, a dispetto dei risultati conseguiti, non sempre esaltanti. E non vedo l'ora che sia sabato per seguire la diretta della partita su Kusko live. Se sono al lavoro, tengo d'occhio il risultato sul telefonino.
E' il gioco che cercavo da sempre, fin da quando, bambino, in epoca di molto antecedente la Play-Station, improvvisavo sul tavolo della cucina partite immaginarie con figurine di calciatori, porte di cartone e, per pallone, una perlina di una collana rotta di mia madre.
Le prime stagioni giocavo alla cieca, senza conoscere bene il regolamento e, probabilmente, le vittorie conseguite rocambolescamente, con conseguenti promozioni, mi hanno aiutato a continuare. Una grossa mano nell'attuare una gestione più efficiente e consapevole della squadra me l'ha data HO. Uno strumento che mi ha consentito un vero salto di qualità. Sono convinto, però, che continuerei senz'altro a giocare anche se galleggiassi ancora in XI serie. Proprio per la bellezza intrinseca del gioco.

Per questo mi rattristo quando noto un calo di iscritti. Hattrick è un divertimento che deve continuare per sempre, e più siamo più ci divertiamo. Hattrick è una pausa nelle preoccupazioni della vita reale, un salutare intervallo ludico tra le difficoltà e i guai della vita quotidiana.

Ma non è soltanto un passatempo frivolo, una futile perdita di tempo. Hattrick, secondo me, è una disciplina sportiva vera e propria: affina abilità e attitudini. Soprattutto è rivelatore della personalità di ciascun manager. Fateci caso: più si progredisce nel gioco, più le squadre assomigliano ai propri manager. Più passa il tempo, più le strategie di gioco riflettono la personalità di ciascuno di noi.

Quando propongo Hattrick a qualche amico o conoscente riscontro molte titubanze. A parte quelle attribuibili ad idiosincrasia verso il calcio, credo che le resistenze ad iscriversi derivino proprio dalla percezione di trovarsi in un gioco che coinvolge molti aspetti, anche profondi, della nostra personalità. Istintivamente, i potenziali neoiscritti sentono di dover mettersi in gioco in modo globale e la paura dell'insuccesso, del fallimento personale induce molti a rifiutare la sfida. Hattrick è dunque una specie di cartina al tornasole, rivelatrice delle nostre insicurezze e delle nostre vulnerabilità psicologiche. Uno strumento per conoscersi, una delle tante vie per adempiere al socratico nosce te ipsum.

Hattrick richiede inoltre impegno, studio, applicazione. Non è immediato come altri giochi. La complessità è un elemento di ulteriore fascino, che mal si concilia, però, con il pressappochismo di noi latini. Qui, nella faciloneria di molti, va ricercata secondo me una delle radici dei molti abbandoni.
Richiede anche un certo tipo di intelligenza, una certa abilità nel maneggiare numeri, statistiche, probabilità. Si dice che sia uno dei giochi più frequentati dagli ingegneri e dagli studenti di discipline scientifiche. Chi non possiede competenze matematiche, un minimo di dimestichezza con i numeri, si sente quindi in qualche modo escluso dal gioco, respinto e, o se ne tiene lontano, o abbandona dopo qualche stagione, perché impossibilitato a progredire o a sperimentare una qualsivoglia forma di gratificazione.

Hattrick non è però fredda matematica. Se i giocatori sono un insieme di bit, semplici pacchetti di informazioni digitali, ciò non toglie che per il nostro immaginario siano invece entità ben più concrete. In virtù di una sorta di animismo, capita che a questi giocatori e alle loro buffe facce ci si affezioni, così come alle loro imprese sportive e capita di dolersi se, ceduti ad altra squadra, vengono impiegati male, non allenati o, addirittura, abbandonati. Personalmente seguo con regolarità i miei giocatori anche quando cambiano casacca e gioisco se le loro performance sono buone.

Non è vero, secondo me, che Hattrick è lontano dai meccanismi della cosiddetta Real Life. Prendiamo per esempio il tanto deprecato e dolorosamente avvertito random nei risultati. La fortuna non conta forse nella vita di ciascuno di noi come e più che in Hattrick? Non ne doveva tenere conto, della fortuna, anche l'astuto Principe del Machiavelli e ricorrere ai necessari correttivi?

Alti lai si levano poi, ad intervalli quasi regolari, sull'insensatezza e strapotere del mercato. Ma come? Il libero mercato è l'istituzione fondamentale della nostra società globalizzata, il fattore democratico e libertario, capace di generare progresso, ricchezza e ascesa sociale, l'energia dirompente che fa lievitare le nostre economie e noi critichiamo il regolatissimo e tassatissimo mercato di Hattrick? Nella Real Life, dominata dall'adrenalinico turbocapitalismo anglosassone, persino il calcio vero va verso un'apertura incondizionata del mercato. Diciamocelo: il sistema di Hattrick assomiglia molto di più al ben temperato e rassicurante capitalismo sociale scandinavo, colmo di persino troppe garanzie e forse di troppi incentivi alla pigrizia, piuttosto che alla concezione dinamica e deregolata del mercato che propugnano i Chicago boys.

Infortuni e forma non prevedibili, fuori controllo? Certo, sarebbe comodo giocare con elementi sempre in forma e invulnerabili ad acciacchi, infortuni e a altri eventi imponderabili. L'abilità del manager è, invece, proprio quella di reagire velocemente ad un ambiente instabile e mutevole e variare le proprie strategie e scelte, in un contesto di razionalità limitata, a seconda dei cambiamenti intercorsi. Altrimenti uno giocherebbe col pilota automatico, sempre con la stessa formazione. Invece in Hattrick è tutto assolutamente realistico.

Molti criticano la lentezza del gioco. Spesso, tra me e me, lo faccio anch'io, che pure ho lasciato ormai l'impetuosità della giovinezza alle spalle. Ma anche noi adoratori futuristi della velocità e della frenesia, non abbiamo forse bisogno di ricaricare le pile, di benefiche pause ristoratrici, di dedicarci ad altro, di rivalutare la sempre più disertata virtù della pazienza? Non è forse quella della filosofia slow una delle idee più intriganti e trendy del nostro tempo?

Altri si dolgono della noia indotta dalle cronache delle partite, in cui di frequente sembra non succedere niente per lunghi intervalli di tempo. A parte che anche nel calcio reale, in molti match importanti non succede praticamente nulla, non è forse lo 0-0 tra due squadre che si annullano a vicenda la partita perfetta, priva di errori? Di questo parere era il sommo Gianni Brera. Personalmente, quando affronto un avversario più forte e in cronaca non compare alcuna azione, capisco di avere azzeccato la tattica giusta per neutralizzarlo. Si tratta insomma di allargare le proprie convinzioni estetiche e di cominciare ad apprezzare anche la penuria di avvenimenti.

Altri trovano che le risorse economiche siano scarse. Ma l'economia è (sottolineato) la scienza della scarsità. Punto. Senza vincoli economici, che manageriale sarebbe?

Infine, last but not least, c'è la comunità hattrickiana, cui io partecipo poco, ma che è un valore imprescindibile del gioco. Come nella Castalia del Giuoco delle perle di vetro dello scrittore tedesco Hermann Hesse, nella comunità di Hattrick è riconoscibile una gerarchia, legata ai risultati, ma anche talvolta alla simpatia, all'umorismo, all'ingegno, alla generosità e saggezza nel dispensare consigli. Quindi una gerarchia tendenzialmente meritocratica: c'è un'élite di consumati campioni, ci sono Maestri, luogotenenti, assistenti e principianti.

Al di là delle amicizie che si possono stringere, la comunità è un fattore vivificante del gioco, un'arena in cui si incontrano (e talvolta si scontrano, ma polemos, come diceva Eraclito, "è il padre di tutte le cose") personalità, scuole di pensiero, idee, persino conoscenze scientifiche del gioco originali e assolutamente interessanti. Solo frequentando i forum ci si impadronisce dei meccanismi del gioco. La comunità "drammatizza" le fredde regole contenute nel manuale. Frequentare i forum e le federazioni "personalizza" il gioco, fornisce dei modelli cui ispirarsi e dà modo di conoscere i propri "avversari", di rappresentarseli, di immaginarli e, perché no, di sognare di poterli un giorno sfidare in un incontro ufficiale. La comunità quindi stimola, tiene vivo l'interesse e spinge all'emulazione.

Riassumendo e tirando le fila del mio discorso forse un po' sconnesso, secondo me Hattrick è un gioco da non prendere troppo sul serio, ma, nello stesso tempo, il successo che si ottiene su Hattrick è, come il calvinista successo mondano, un segno rivelatore di una qualche forma di abilità profonda, di predestinazione, di grazia divina. Chi vince ad Hattrick ha buone possibilità di vincere anche nella vita. Possibilità, ho scritto, e lo sottolineo. Non certezze. E, comunque, al di là del successo, talvolta semplice participio passato del verbo succedere, la partecipazione ad Hattrick è in sè una forma di gratificazione, un'esperienza avvincente e appagante.
Raccomando Hattrick a chicchessia!

Nota degli editori: volete dilettarvi in queste lunghe giornate di pausa discutendo anche voi della fenomenologia del nostro amato Hattrick? Date il vostro contributo qui: (15908862.1).

2012-09-25 13:07:50, 661 views

Link directly to this article (HT-ML, for the forum): [ArticleID=15627]

 
 
Server 095